Landscape Photography

 

 

Landscape Photography

 

The art and techniques of eight modern masters

 

Introduzione

di Gene Thornton

 

(Traduzione di Andreina Mancini)

 

Gene Thornton è un famoso autore e conferenziere sul tema della fotografia, critico fotografico del New York Times e autore del libro Masters of the Camera (Holt, Reinhart & Winston).    

 


 

Il paesaggio è un soggetto ricco e vario per la macchina fotografica. Dall’aspra grandiosità delle montagne alpine alla quiete tranquilla dei laghi e dei prati, dall’intricata delicatezza degli alberi in fiore alla bellezza spoglia e astratta delle dune del deserto, esso offre al fotografo una gamma e una varietà di soggetti insuperabili rispetto a qualunque altra caratteristica del mondo visibile.

Un qualche tipo di paesaggio è sempre disponibile in un modo in cui la maggioranza degli altri soggetti – ad esempio le persone – non lo sono. Per la maggior parte dei fotografi esso è vicino come la finestra più vicina ed è suscettibile di un’ampia varietà di interpretazioni, da quella realistica a quella quasi astratta, da quella freddamente oggettiva a quella intensamente personale, da quella poetica a quella documentaria.

Come soggetto fotografico, il paesaggio è antico quanto il mezzo stesso. Il primo procedimento fotografico utilizzabile fu la dagherrotipia e alcune delle prime immagini di successo di Daguerre furono delle vedute delle strade e degli edifici di Parigi.

In seguito, pochi mesi dopo l’introduzione di quella tecnica, i dagherrotipisti erano già al lavoro per fotografare paesaggi e monumenti non solo a Parigi, ma anche in paesi lontani come Egitto, Russia e America. Il loro procedimento era troppo lento per catturare il movimento e non era in grado di riprodurre i colori della natura, due aspetti deludenti della fotografia degli esordi che furono molto notati e commentati quando il mezzo era nuovo.

Tuttavia, si adattava bene a soggetti che non si muovevano e, da allora a oggi, il paesaggio è stato un soggetto affascinante per il fotografo. Oggi, quando la maggior parte delle persone pensa alla fotografia paesaggistica, pensa innanzitutto alle classiche fotografie di Ansel Adams e Edward Weston, e a ragione. Questi uomini sono stati tra i pionieri della moderna fotografia paesaggistica e la maggior parte dei fotografi che oggi lavorano in questo campo è in debito con loro.

Dopo di loro, ricordiamo i grandi fotografi di viaggio del XIX secolo: Timothy O’Sullivan e William Henry Jackson tra i fotografi-esploratori-pionieri del West americano; Samuel Bourne, John Thomson e William Bradford tra gli europei che raggiunsero India, Cina, Artico e tutto il mondo per documentare spettacoli insoliti e località sconosciute con l‘assoluta fedeltà del loro mezzo rispetto a quello che vedevano.

Questi uomini hanno continuato la tradizione – antica quanto la fotografia stessa e ancora oggi molto viva nell’era del turismo di massa e dell’esplorazione spaziale – di portare la macchina fotografica ovunque si possa andare e di riportare a casa immagini di cose che altrimenti chi è a casa non avrebbe la possibilità di vedere.

La differenza di approccio tra questi due gruppi di fotografi, i fotografi-esploratori del XIX secolo come O’Sullivan e i fotografi-artisti del XX secolo come Adams, è notevole e sorprendente. I fotografi del XIX secolo erano per lo più scienziati e reporter, si concentravano su luoghi e cose che non erano mai stati adeguatamente documentati in precedenza e miravano soprattutto alla massima chiarezza e accuratezza della presentazione.

Quando fotografavano un paesaggio del West era, prima di tutto, per illustrarne la struttura geologica; per far vedere, ad esempio, la Yosemite Valley come dimostrazione delle forme che i ghiacciai creano quando scendono lungo le valli montane.            

I maestri del XX secolo, invece, erano prima di tutto artisti consapevoli, più interessati alla bellezza e all’espressione che alla documentazione. Quando Ansel Adams si focalizzò sullo Yosemite durante una tempesta di neve, non lo vide come un esempio di attività glaciale da manuale, ma come un simbolo della grandezza e della nobiltà della natura.

Nonostante queste differenze, tuttavia, i due gruppi avevano molto in comune. Entrambi realizzarono il loro lavoro migliore e più caratteristico con fotocamere montate su treppiedi e con una scelta molto limitata di obiettivi, ed entrambi lavorarono quasi esclusivamente in bianco e nero. C’era anche una certa convergenza di motivazioni.

I fotografi-scienziati del XIX secolo, pur non essendo prevalentemente interessati all’effetto artistico, non lo ignoravano. William Henry Jackson, ad esempio, lavorava spesso fianco a fianco con il pittore Thomas Moran, chiedendogli consigli sulla scelta del soggetto e sulla composizione.

Allo stesso modo, i fotografi-artisti del XX secolo, pur non essendo documentaristi o reporter, avevano uno scrupoloso rispetto per i fatti. Non approvavano la manipolazione della natura per renderla più interessante o più bella, ed Edward Weston fu duramente criticato dai suoi colleghi per aver messo una conchiglia sulle rocce di Point Lobos per rendere più scenografica una composizione.

Sebbene i fotografi di paesaggio di oggi debbano molto ai loro predecessori del XIX secolo e dell’inizio del XX, due innovazioni tecniche della metà del XX secolo hanno apportato grandi cambiamenti a quest’arte.

Una è lo sviluppo della fotocamera da 35 mm con la sua ampia gamma di obiettivi intercambiabili. L’altra è lo sviluppo dei moderni procedimenti con le pellicole a colori. Quando negli anni Venti le macchine fotografiche a mano divennero facilmente reperibili, i fotografi si lanciarono in un’orgia di esperimenti, immortalando ogni oggetto visibile da ogni possibile punto di vista e con ogni possibile luce.

Forse si spinsero troppo oltre, ma una volta passata la novità, alla fotografia è stata lasciata una nuova flessibilità di composizione e di approccio. Qualcosa di simile iniziò negli anni ’40, quando i nuovi progressi della pellicola resero facile la fotografia a colori fuori dallo studio anche per i dilettanti occasionali.

La gente andava in giro a scattare tutto ciò che aveva tanti e tanti colori, e più colori c’erano meglio era. Ci volle un po’ di tempo prima che l’ entusiasmo si calmasse e il colore potesse essere utilizzato per uno scopo. Quando, tuttavia, entrambe le innovazioni furono assorbite, emerse un nuovo tipo di fotografia di paesaggio che è l’oggetto di questo libro. Nella composizione è più libera e meno formale rispetto alla fotografia classica del passato. Ed è stata, fin dall’inizio, concepita a colori.

Gli otto fotografi di paesaggio le cui opere sono presentate in questo libro non costituiscono una scuola, come il Gruppo F/64 che vantava tra i suoi membri Edward Weston. Non sono cioè un gruppo affiatato di artisti della stessa area che condividono obiettivi comuni e lavorano nello stesso stile. La maggior parte di loro non si conosce nemmeno. Franco Fontana è nato e vive in Italia. Shinzo Maeda ha trascorso tutta la sua vita in Giappone.

Tre dei fotografi americani sono nati e cresciuti in altri Paesi: Sonja Bullaty in Cecoslovacchia, Yuan Li in Cina e John Chang McCurdy in Corea. Dei tre americani nati negli USA, Harald Sund e Steven C. Wilson provengono dalla West Coast, mentre Angelo Lomeo è nato, e vive tuttora, a New York. Questi otto fotografi occupano anche spazi diversi nella comunità fotografica. 

Cinque di loro – Sonja Bullaty, Angelo Lomeo, John Chang McCurdy, Harald Sund e Steven C. Wilson – sono professionisti giramondo i cui impegni li fanno viaggiare da una parte all’altra e a volte li conducono fuori dall’ambito del paesaggio.

Due di loro, Franco Fontana e Shinzo Maeda, hanno iniziato come dilettanti e solo più tardi hanno raggiunto lo status di professionisti. Uno, Yuan Li, è ancora un dilettante, nel senso che si guadagna da vivere in un campo diverso dalla fotografia.

Tutti, comunque, hanno ottenuto un vasto riconoscimento pubblico e, nonostante le molte differenze nello stile e nell’approccio, hanno diverse cose in comune, la prima delle quali è il fatto che amano fotografare il paesaggio. “Non riesco a immaginare di non fotografare il paesaggio”, dice Sonja Bullaty, anche se fotografa anche persone, città, industrie e arte; e gli altri condividono questa sua affermazione.

Shinzo Maeda non ha mai fotografato nient’altro che paesaggi. Franco Fontana ha iniziato a dedicarsi ad altri soggetti solo di recente. Per Yuan Li, Angelo Lomeo e Harald Sund è stato l’amore per il paesaggio a condurli alla fotografia.

“Il mio interesse per la fotografia è nato quando ho attraversato il Paese in una delle tipiche escursioni estive di molti americani, visitando i parchi nazionali e le favolose città del West”, racconta Li. Era così impressionato dal “fantastico” paesaggio dell’Ovest che decise di imparare a fotografare per esprimere le sue sensazioni.

Un’altra cosa che accomuna gli otto fotografi è l’uso del colore. “Il colore non è stato una mia scelta, è stato lui a scegliere me”, dice Franco Fontana, e Yuan Li è d’accordo. “Il mondo è pieno di colori”, dice. “Perché dovrei renderlo artificialmente bianco e nero?”.

“Negli anni passati”, dice Angelo Lomeo, “ho fotografato in bianco e nero, ed è stata una tecnica estremamente importante e un buon allenamento. Ma il mondo è un posto colorato e quindi ho scelto di lavorare a colori”.

Alcuni di questi fotografi, infatti, non hanno tempo per fare altro. “Ho lavorato in bianco e nero e mi è piaciuto molto, ma non ho tempo per la camera oscura”, dice Harald Sund. Steven Wilson è d’accordo. “I laboratori per il colore sono competenti e affidabili. E non devo andare in giro con la pelle bianca e gli occhi fuori dalle orbite a giocherellare con le mie esposizioni”.

“La fotografia in bianco e nero non è più popolare in Giappone. Non porta abbastanza guadagni nel mondo del lavoro”. Una terza cosa che accomuna tutti gli otto fotografi è l’uso di attrezzature moderne che danno loro grande libertà e flessibilità di approccio.

Ad eccezione di Shinzo Maeda, che predilige fotocamere di grande formato, e di John Chang McCurdy, che preferisce il formato quadrato da 2 pollici e 1/4 , tutti utilizzano macchine fotografiche reflex singole da 35 mm e la maggior parte di loro usa un’ampia varietà di obiettivi, a seconda del tipo di immagine che hanno in mente e delle esigenze del soggetto.

I treppiedi moderni che la maggior parte di loro saltuariamente usa sono strumenti molto più flessibili di quelli usati dai fotografi del XIX  secolo, e alcuni, come Harald Sund, Steven Wilson e Yuan Li, ne usano sempre uno.

“Un treppiede trasforma quasi ogni fotocamera in uno strumento di precisione”, afferma Sund. “Permette di ottenere un maggiore controllo sulla composizione e di sfruttare al meglio il potenziale di velocità e di definizione della vostra attrezzatura”.

C’è un’altra cosa che questi otto fotografi condividono, non solo tra loro, ma anche con i maestri della fotografia del passato: la convinzione che una buona fotografia di paesaggio sia qualcosa di più di una semplice registrazione di immagini. “È molto importante per un fotografo avere una visione filosofica della vita”, afferma Shinzo Maeda, “perché il carattere personale si riflette nel lavoro”.

Yuan Li ritiene che un lavoro di successo debba dare l’impressione che il fotografo abbia il “pieno controllo” di ciò che è contenuto nella fotografia. “Senza enfasi o interpretazioni individuali”, dice, “il paesaggio può spesso risultare banale”. Per Franco Fontana, la fotografia è “emotiva, spontanea”. Con la fotografia, dice, “trasferisco la mia espressione interiore attraverso mezzi creativi e soggettivi”.

Come dice Sonja Bullaty, “la fotografia è l’espressione del proprio vero io, e le immagini migliori sono il risultato di una risposta interiore al mondo circostante. Tutta la vita precede il momento in cui si preme l’otturatore”.

In pratica, questo significa che ogni fotografo parte con un’idea personale di ciò che dovrebbe essere una fotografia di paesaggio, un’idea che determina il tipo di soggetto che cercherà di fotografare e il modo in cui lo fotograferà. Queste concezioni sono profondamente personali e sono differenti da un fotografo all’altro.

Ciò che interessa ad Angelo Lomeo è quella che egli definisce la “pura perfezione” del disegno della natura.

“Mi meraviglio della sua astrazione”, dice. Franco Fontana ha un’idea simile, anche se le sue immagini sono molto diverse. È attratto dalle forme e dai colori del paesaggio, “come uno spazio sospeso, senza tempo”. Steven Wilson, invece, è un biologo il cui interesse principale è mostrare il rapporto tra la fauna selvatica e l’ambiente naturale. “Sebbene ogni fotografo si avvicini al paesaggio con un’idea personale, ogni paesaggio è una situazione diversa da risolvere”, afferma Angelo Lomeo, e gli otto fotografi concordano tutti sul fatto che il fotografo non può semplicemente imporre una soluzione.

“Forse alcuni clienti mi considerano un fotografo di paesaggio”, dice, “ma è perché metto il grandangolo e mi allontano visivamente per evidenziare le relazioni”. Anche se ogni fotografo si avvicina al paesaggio con un’idea propria, “ogni paesaggio è una situazione diversa da risolvere”, dice Angelo Lomeo, e tutti gli otto fotografi concordano sul fatto che il fotografo non può semplicemente imporre una soluzione.

“Una volta trovata una zona in generale che mi attrae, di solito lascio che sia la scena a decidere la mia fotografia”, dice Yuan Li. “Mi avvicino al paesaggio come osservatore e interprete, piuttosto che come dittatore o padrone”. Steven Wilson si esprime in modo più diretto: “Un’idea preconcetta di solito viene scartata quando è esposta alle complessità della realtà.

La meccanica della fotografia richiede che informazioni di ricerca, reazione intuitiva, scienza, artigianato e arte si fondano nell’istante dell’esposizione. I bravi fotografi di paesaggi sono sempre alla ricerca di luoghi che diano il tipo di immagine che desiderano e quando ne trovano uno, come Harald Sund, provano a immaginare come apparirebbe in diversi momenti della giornata o dell’anno e in diverse condizioni di luce e di meteorologia.

Sund crede molto nella pianificazione preventiva per ridurre l’incertezza e gli imprevisti.

Quando esplora i luoghi, pensa sempre quale punto di vista, obiettivo, esposizione e così via possa catturare al meglio quello che desidera. Se intende fotografare un soggetto specifico, lo cerca in anticipo. Così, se vuole fotografare la luna piena sull’oceano con l’alta marea, consulta un calendario e una tabella delle maree per trovare l’ora e la data in cui le due cose coincidono.

La quantità e il tipo di attrezzatura che un fotografo di paesaggi dovrebbe portare con sé sul posto dipende dal tipo di lavoro che prevede di svolgere. Franco Fontana e Yuan Li preferiscono gli zoom quando fotografano paesaggi, ma la maggior parte degli altri utilizza un’ampia gamma di obiettivi, la cui scelta è determinata dalle esigenze del soggetto e della situazione.

Che usino o meno i filtri, tutti e otto manifestano il desiderio di catturare i colori della natura così come sono, senza falsificazioni. “Non uso filtri di nessun tipo”, dice Franco Fontana, “perché non mi servono. In natura i colori esistono in tutta la loro completezza; i filtri li danneggiano”. Sonja Bullaty usa occasionalmente un filtro “per accentuare i colori esistenti” e Steven Wilson usa gel 2 x 2 “forse un quarto delle volte” per bilanciare la luce, anche se non usa mai filtri “per cambiare significativamente la luce”.

I fotografi come Sund e Wilson, che spesso trascorrono giorni o settimane sul campo lontano dalla loro base e dalle normali fonti di rifornimento, portano con sé tutto ciò di cui potrebbero avere bisogno, non solo macchine fotografiche e pellicole, ma anche qualsiasi altra attrezzatura che utilizzano normalmente.

In queste circostanze gli zaini sono essenziali e Wilson ne ha diversi, ognuno predisposto per un clima e un ambiente diverso.

Sonja Bullaty e Angelo Lomeo lavorano solitamente in squadra e di conseguenza possono condividere l’attrezzatura. Tuttavia, hanno sistemato il baule della loro automobile per utilizzarlo come una grande macchina fotografica.

Yuan Li, invece, ritiene che troppe attrezzature lo ostacolino e gli facciano perdere il divertimento e la spontaneità della fotografia; ora possiede e usa due macchine fotografiche, ma fino a poco tempo fa lavorava solo con una.

Se questi fotografi hanno una stagione che non amano per fotografare il paesaggio, è l’estate. La maggior parte di loro trova l’autunno, l’inverno e la primavera più variegati e interessanti. E se hanno un’ora del giorno che preferiscono evitare è il mezzogiorno. La maggior parte di loro preferisce fotografare al mattino presto o nel tardo pomeriggio, nelle ore immediatamente precedenti e successive all’alba e al tramonto.

Trovano che la luce sia più calda e le ombre più chiaramente definite. Al di là di questo, tuttavia, non c’è un accordo generale. Franco Fontana trova che le giornate con cielo sereno e luce fortemente contrastata siano ideali per il suo tipo di lavoro. Sonja Bullaty e Shinzo Maeda preferiscono spesso una giornata nuvolosa per ottenere una maggiore saturazione del colore.

Tutti concordano, tuttavia, sul fatto che la luce è un fattore di sfida nella fotografia paesaggistica, poiché non è il paesaggio vero e proprio a imprimere la sua immagine sulla pellicola, ma la luce riflessa dal paesaggio stesso. “I paesaggi non sono mai uguali due volte, – dice Sonja Bullaty – è la luce che li cambia e dà loro ogni volta un nuovo significato”.

A differenza del fotografo dentro il suo studio, che può regolare le luci fino a ottenere l’effetto desiderato, il fotografo di paesaggi non ha alcun controllo sulla luce. “Se la luce non è quella giusta, cerco di aspettarla”, dice Angelo Lomeo, “o, se posso, torno tutte le volte che è necessario finché le condizioni non sono quelle giuste”: questi otto fotografi di paesaggio hanno molte cose in comune con i loro predecessori del XIX e XX secolo.

Come i grandi fotografi-esploratori del XIX secolo, alcuni di loro viaggiano in parti remote e relativamente sconosciute del mondo, riportando immagini di luoghi e cose che altrimenti la maggior parte delle persone non vedrebbe. Come i fotografi-artisti dell’inizio del XX secolo, alcuni di loro trovano bellezza e ispirazione in cose banali che altri potrebbero ignorare.

Tuttavia, il loro uso degli attuali materiali a colori e l’attrezzatura più maneggevole e flessibile della fotografia moderna li aiutano a scattare foto per vari aspetti molto diverse da quelle dei maestri del passato. La mancanza del colore nella fotografia del XIX e dell’inizio del XX secolo significava che le fotografie erano concepite principalmente in termini di luce e ombra, in contrapposizione al colore locale o atmosferico.

Tuttavia, le pellicole e le carte a colori di oggi consentono di concepire e scattare fotografie in cui i contrasti o le armonie di colore sono gli elementi costitutivi del progetto.

Le poetiche fotografie di foglie autunnali di Shinzo Maeda e i sinistri tramonti di Harald Sund perderebbero gran parte del loro fascino se fossero in bianco e nero, mentre il contrasto cromatico tra gli oggetti fatti dall’uomo e la natura aggiunge molto agli spiritosi paesaggi “con cartelli stradali” di Angelo Lomeo.

Alcune delle fotografie di John Chang McCurdy presentano un contrasto minimo tra luce e buio: senza il colore, la differenza tra una parte e l’altra sarebbe a malapena visibile. Altre, pur essendo molto vicine alla monocromia, si fanno notare per dei leggeri mutamenti di colore.

La grande flessibilità resa possibile dalle leggere apparecchiature moderne e dalle pellicole più veloci, economiche e comode ha portato anche a cambiamenti nel modo in cui il paesaggio viene concepito e composto.

Le fotocamere di grande formato dei fotografi paesaggisti del XIX secolo avevano spesso un solo obiettivo medio-angolare e le loro grandi lastre umide al collodio dovevano essere sensibilizzate subito prima dell’esposizione e sviluppate subito dopo; l’intero processo richiedeva a volte più di un’ora.

Poiché all’epoca scattare una fotografia era molto più difficile e dispendioso in termini di tempo rispetto a oggi, si facevano molte meno esposizioni e quelle che si facevano erano di solito molto più convenzionali nella composizione e nell’approccio.

Le vedute telescopiche o grandangolari erano rare, mentre le inquadrature insolite e gli angoli di visione inconsueti erano in genere evitati a favore di una composizione classica e lineare (la migliore veduta generale dall’angolo più significativo).

Questo approccio classico al paesaggio continuò a essere la regola fino alla generazione di Ansel Adams e Edward Weston, che utilizzarono entrambi fotocamere di grande formato, sebbene i loro negativi fossero più veloci e facili da usare rispetto a quelli dei loro predecessori del XIX secolo.

Oggi, invece, grazie a una grande varietà di obiettivi, i fotografi possono ingrandire o ridurre il soggetto senza muovere la macchina fotografica, mentre le macchine fotografiche più piccole e portatili hanno favorito l’uso di inquadrature eccentriche e di punti di vista insoliti.

Yuan Li e Franco Fontana fondano gran parte del loro approccio al paesaggio sull’uso dello zoom per isolare e ridurre una zona lontana del paesaggio e avvicinarla all’osservatore.

Steven Wilson, invece, utilizza spesso un obiettivo grandangolare per distanziarsi da un soggetto e introdurre nell’immagine una porzione di paesaggio circostante maggiore di quella che sarebbe possibile con un obiettivo panoramico del XIX secolo.

Harald Sund e Sonja Bullaty utilizzano spesso un approccio classico alla composizione, mentre John Chang McCurdy e Shinzo Maeda, in un loro modo caratteristico, accentuano i motivi e i colori in un’ottica più astratta.

In ogni caso, però, lo scopo è lo stesso: comunicare all’osservatore l’esperienza del paesaggio che il fotografo ha vissuto. Yuan Li ritiene che una fotografia debba avere “un fascino universale e senza tempo, illuminando con un significato individuale spettatori di diversa provenienza e di diverse generazioni”.

Angelo Lomeo riassume bene il concetto: “Quando una foto risulta come l’ho vista nella mia testa, quando posso mostrare agli altri qualcosa che forse da soli non hanno visto, allora sono soddisfatto del mio lavoro”.                                  

                                  


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