Il Mondo della Fotografia Firenze,Friends of Florence,Il Restauro Dentro il restauro di Jacopo: la storia del dipinto

Dentro il restauro di Jacopo: la storia del dipinto

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LA CAPPELLA CAPPONI, CHIESA DI SANTA FELICITA
SCHEDA STORICO-ARTISTICA

Dopo un intero anno di lavori, iniziati nel marzo del 2017, si è concluso il restauro della Cappella Capponi in Santa Felicita. Tutto ciò è stato possibile grazie alla generosità di un membro della Fondazione no profit Friends of Florence, presieduta a Firenze da Simonetta Brandolini D’Adda,  che ha finanziato l’intervento dell’intero complesso architettonico e delle straordinarie opere d’arte in esso contenute.

Questo luogo sacro, noto in tutto il mondo soprattutto perché conserva uno dei capolavori dell’arte rinascimentale come la Deposizione di Jacopo Pontormo, ha di corredo altre opere di grande valore artistico e storico documentario. Brevemente ripercorriamo la storia della sua realizzazione. Nel 1525 Lodovico di Gino Capponi, un nobile e ricco banchiere fiorentino molto legato ai Medici, acquistò dalla famiglia Paganelli la cappella in Santa Felicita, appartenuta in precedenza ai Barbadori, con l’intento di farne il luogo di sepoltura per se e la sua famiglia.

Jacopo, all’epoca trentunenne, era già un affermato pittore e aveva da poco dipinto alcune lunette nel chiostro della Certosa del Galluzzo, alla periferia sud della città, dove si era rifugiato per sfuggire alla pestilenza diffusasi tra il 1522 e il 1524. Accettato l’incarico il pittore, dal 1526 al 1528, chiuse la cappella con alte paratie per non renderla visibile ai curiosi e allo stesso committente, come ricorda il Vasari, così da non essere distratto dai loro commenti.

Quindi, in compagnia solo del suo fidato allievo Bronzino, Jacopo realizzò il suo capolavoro. La piccola cappella è a pianta  quadrata – ciascun lato misura poco più di tre metri e mezzo – con membrature in pietra serena, semicolonne angolari e capitelli ionici che sostengono la cupola. Dell’originario progetto di Filippo Brunelleschi, chiamato dalla famiglia Barbadori a realizzarla intorno al 1422, restano alcune tracce, ma l’architettura doveva corrispondere a quella dipinta ad affresco da Masaccio – probabilmente progettata dallo stesso Brunelleschi – raffigurante la Trinità della chiesa di Santa Maria Novella.

La cappella, dedicata all’Annunciazione, quando fu acquisita dai Capponi non subì sostanziali modifiche nell’architettura, ma fu completamente rinnovata nella decorazione interna e titolata alla Pietà, in sintonia con la sua destinazione a sepolcreto. Della volta a cupola raffigurante Dio Padre e alcuni patriarchi non resta purtroppo nulla perchè distrutta nel 1766 per far posto ai coretti da dove, Pietro Leopoldo di Lorena e la sua famiglia, assistevano alle celebrazioni in chiesa. Sono ancora in loco i quattro tondi dipinti su tavola, oggetti di un precedente restauro del 2010 , e collocati nei pennacchi sottostanti la cupola. Essi raffigurano gli evangelisti Giovanni, Matteo, Luca e Marco. Sulla parete verso la controfacciata della chiesa è dipinta l’Annunciazione.

Tra le due figure di Maria e l’Angelo si apre una finestra con una vetrata, oggi in copia mentre l’originale è conservato a Palazzo Capponi alle Rovinate, dipinta nel 1525 circa dal monaco francese Guillaume de Marcillat, raffigurante la Crocifissione e il Trasporto di Cristo al sepolcro. Fulcro sacro ed estetico dell’intera cappella è il dipinto su tavola raffigurante Cristo morto sorretto da due giovani. A corredo della tavola è una preziosa cornice finemente intagliata e dorata, opera coeva di Baccio d’Agnolo. Purtroppo, nel corso dei secoli il complesso decorativo subì  interventi che hanno, in parte, alterato l’armonia dell’intera composizione ideata da Pontormo.

Nel 1620, per volontà di un membro della famiglia Capponi fu collocato, al centro della parete con l’Annunciazione, un reliquiario-tabernacolo marmoreo dedicato a San Carlo Borromeo, realizzato in commesso di pietre dure dalla Manifattura dei lavori fiorentina; il volto di San Carlo Borromeo fu dipinto realisticamente, su lavagna, da maestranze romane.  Numerose lapidi funebri e commemorative furono collocate alla base delle pareti tra il XVII al XIX secolo. Nel 1735 iniziarono i lavori che diedero alla chiesa l’attuale aspetto neoclassico; l’architetto Ferdinando Ruggieri, incaricato del progetto, preservò l’architettura del Brunelleschi, che fu parzialmente inglobata nelle nuove strutture.

Nel 1766 fu realizzata la cupola attuale decorata pochi anni dopo da Domenico Stagi con un trompe-l’oeil a lacunari e lanterna al vertice. Negli anni trenta del Novecento questa decorazione fu coperta da uno spesso strato di calce. Daniele Rossi, esperto conoscitore della materia e della tecnica di Pontormo, acquisite con il restauro di altri capolavori dell’artista, assieme ai suoi collaboratori sono intervenuti con interventi di restauro e manutenzione su tutte le superfici della cappella, esclusi gli Evangelisti restaurati dallo stesso nel 2010. In particolare sono stati eliminati accumuli di sporco superficiale, vecchie vernici di restauro ingiallite, materiali di restauro alterati e ossidati nel tempo, così da restituire una luminosità e una vivezza straordinaria ai colori dagli effetti cangianti e dalle tonalità innaturali.

Il restauro è stato preceduto da una serie di indagini diagnostiche per individuare la tecnica e la materia usate dal Pontormo per realizzare il dipinto su tavola e l’affresco. La Deposizione nasce con un disegno su cartone, riportando a carboncino sulla tavola le linee dei contorni e i dettagli dei panneggi; quindi l’artista passò alla coloritura, non a olio come si era sempre creduto, ma a tempera amalgamata con bianco d’uovo. Una scoperta interessante è stata questa perchè l’artista ha utilizzato una tecnica esecutiva quasi desueta, al tempo della realizzazione del dipinto e probabilmente voluta per rendere i suoi colori più vividi, smaltati e stabili nel tempo.

Purtroppo gli interventi aggressivi che si sono succeduti nei secoli, quando il dipinto è stato pulito, ha creato dei danni irreversibili e l’assottigliamento degli strati di colore, facendo così perdere quell’effetto compatto e smaltato che dovevano avere i colori in origine, e lasciando a tratti intravedere le linee di contorno del disegno preparatorio. La pittura su intonaco raffigurante l’Annunciazione, era in origine eseguita sull’intonaco della parete verso la facciata, nel 1966 fu staccata e collocata su pannelli in vetroresina. La tecnica usata dal Pontormo era quella del ‘buon fresco’, visibile dalle tracce lasciate dalle ‘giornate’ lavorative, mentre le ali degli angeli e i volti erano stati rifiniti a secco, colori però perduti a causa dei restauri antichi con materiali non idonei e invasivi. L’intervento di restauro ha interessato anche un ancoraggio più idoneo di questi pannelli alle pareti. Interessanti novità sono emerse nell’indagine dell’apparato murario.

Lo studio analitico di quanto resta dell’antica cappella, ci ha permesso di riesaminare l’idea che le strutture architettoniche brunelleschiane fossero improntate a un purismo essenziale, costituito dalla bicromia della nuda pietra serena abbinata al bianco dell’intonaco a calce. Infatti, sono state trovate tracce ben visibili  di una policromia realizzata con oro e blu, ovvero i colori dell’arme Barbadori sulla lesena e sul capitello corinzio superstiti, a testimoniare di una ricchezza ornativa tutt’altro che sobria. Si è scelto, quindi, di restaurare e rendere visibile la decorazione settecentesca del catino della cupola.

In collaborazione con l’Università di Firenze, Dipartimento di Scienze della Terra – Geologia strutturale, diretto dal prof. Massimo  Coli con cui sono state analizzate le cortine murarie, si è potuto accertare l’esistenza di parte della cupola antica realizzata dal Brunelleschi con i mattoni murati a spina di pesce e, confermare quanto riportato dal Vasari “ in S. Filicita [Brunelleschi]… fatto voltar senza armadura quella capella ch’è nello entrare in chiesa a man ritta”. La cappella ha anche un nuovo impianto illuminotecnico progettato dalla ditta Erco e promosso dalla Fondazione di Palazzo Strozzi.

 

Daniele Rapino

Funzionario della Soprintendenza Archeologia, Belle  Arti e Paesaggio della Città di Firenze

e direttore responsabile dei lavori di restauro


 

 

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