Sonja Bullaty
A nulla deve essere consentito di interferire con il contenuto
di Dorothy JACKSON
da modern PHOTOGRAPHY
Febbraio 1956, vol. 20, n. 2
Traduzione di Andreina Mancini

“Quello che ho fatto nella fotografia è un capitolo chiuso”, dice la nostra nuova scoperta, Sonja Bullaty.
Si riferisce alle varie fasi della sua carriera fotografica, ai diversi modi in cui ha guardato il mondo attraverso una macchina fotografica.
La Sonja Bullaty di oggi, che ha preparato con cura un reportage fotografico sul poeta Harry Kemp (a sinistra), contrasta con la ragazza che, senza troppe conoscenze tecniche, ha scattato foto durante un soggiorno di due mesi a Parigi. nel 1947, mentre era in viaggio verso gli Stati Uniti.
Ma questi periodi, a loro volta, erano molto diversi dal momento in cui una ragazza di sedici anni aveva scattato le sue prime foto a Praga, in Cecoslovacchia (1938).
Malgrado i tentativi amatoriali e la difficoltà di sviluppare e stampare le foto nella stanza da bagno, allora Sonja Bullaty aveva capito che per lei la fotografia poteva diventare un’attività importante e costruttiva.
A Praga sperava vagamente che un giorno avrebbe potuto guadagnarsi da vivere con la fotografia, lavorando comunque in modo artistico con questo mezzo.
Durante il breve periodo di studio con Josef Sudek (“Era un maestro!”), Sonja Bullaty imparò un concetto fondamentale. La macchina fotografica non era un dispositivo per copiare che, se utilizzato correttamente, avrebbe prodotto un’imitazione di altre forme d’arte (la pittura e le arti grafiche, per esempio)
Né la macchina fotografica produceva solo un’immagine da godere come fine a se stessa. Se la bella immagine pittorica o un astratto perfettamente strutturato non potevano fare una “grande” foto, cosa avrebbe potuto farlo? Dietro gli scatti di Sonja Bullaty (il suo mezzo di espressione) ci sono le persone che ha conosciuto o semplicemente visto, (la sua ispirazione) da Praga a Parigi a New York al Vermont.
Poiché lei pensa che siano le persone, dopotutto, che interessano di più alle persone, le loro attività, le loro emozioni e i loro atteggiamenti possono essere espressi al meglio (in termini visivi) attraverso le fotografie. Lo scopo di Sonja Bullaty come fotografa è quello di utilizzare immagini in serie per raccontare le storie dei suoi soggetti. La forma, come la tecnica, è estremamente importante.
Insieme esse costituiscono la struttura di base o l’ossatura su cui si sviluppa il contenuto della storia. Lavorando nel 1947 a New York con Hermann Brammer, Sonja Bullaty si concentrò ancora di più sulla tecnica (“Non puoi avere successo se non è buona”). La competenza tecnica, applicata ai lavori commerciali, era una fonte di reddito, ma come molti fotografi d’arte sanno – non è del tutto fonte di felicità.
Ora Sonja Bullaty, insieme al marito fotografo Angelo Lomeo, sta probabilmente raggiungendo l’apice della sua carriera fotografica. Insieme svolgono un’attività commerciale costante che permette loro di pagare le bollette.
Ma tra un incarico e l’altro realizzano reportage fotografici, il genere di fotografia che preferiscono. Un giorno, forse presto, potranno dedicarsi a questo a tempo pieno. “Ho iniziato con una Rolleiflex – è stata la mia prima macchina fotografica. E la uso ancora, insieme alla mia Exakta”.
Tuttavia Sonja Bullaty preferisce la Exakta 35 mm per il suo “punto di vista”: “Ti permette di vedere in modo del tutto naturale, proprio come se ti guardassi intorno in una stanza”. Per quanto riguarda le tecniche di camera oscura, sia lei che suo marito continuano a cercare di migliorare. Lei ricorre raramente alla “magia” della camera oscura, – quei trucchi che provocano distorsioni dell’immagine o piccoli inganni.
Quando lo fa (forse una volta all’anno), dice che è perché ha voglia di sperimentare, ma poi alza le spalle. “Non è importante, dopotutto: è artificiale”. Sonja Bullaty non vuole che qualcosa interferisca con la sua comunicazione dei contenuti, nemmeno il colore (che usa con parsimonia). Ritiene che il colore possa distrarre dalla storia raccontata dall’immagine e quindi preferisce rappresentare i suoi soggetti umani con le tonalità delicate della scala di grigi
Quando lavora con il colore, lo fa con una delicatezza e una moderazione che producono un effetto o un’atmosfera speciali. Il colore non avrebbe forse annullato la desolazione e il “gelo” che si sprigionano dall’immagine dei cavalli a pagina 101? “La prima regola nella fotografia è crescere”, ha esclamato l’altro giorno Sonja Bullaty. Quelle fasi della sua carriera, – quei “capitoli chiusi” del suo libro fotografico – rappresentano la sua crescita per contenuto e per stile.