TESTIMONE OCULARE: CECOSLOVACCHIA 1938 – AGOSTO 1968
Da: The Overseas Press Bulletin
Vol. 23, n. 36, 14 Settembre 1968


Il fotogiornalismo e il mondo dell’arte hanno collaborato per una nuova mostra, “Testimone oculare: Cecoslovacchia, 1938 – agosto 1968” al Riverside Museum di New York e i risultati sono stati duplici: una mostra di immediatezza giornalistica e un nuovo mezzo attraverso il quale i fotogiornalisti possono trasmettere il loro lavoro.
Come ha detto il direttore di Riverside, Oriole Farb, “La museologia istantanea è arrivata”.
La mostra è stata organizzata in dieci giorni da Cornell Capa, direttore del Fund for Concerned Photography (che sta collaborando con Riverside nello sforzo) e capo del Comitato Fotografico dell’OPC.
Il signor Capa tiene le sue porte, le sue orecchie e i suoi occhi aperti per gli eventi e i fotografi che li registrano. Il nostro museo tiene le porte altrettanto spalancate e ha un consiglio di consulenti con riflessi pronti”.
Quattro fotografi sono presenti nella mostra in corso, che si terrà dal 15 settembre al 3 novembre:
Jan Lukas, nativo cecoslovacco che ora vive a New York;
Sonja Bullaty e Angelo Lomeo, coppia marito e moglie (lei è originaria di Praga, ora a New York);
e Hilmar Pabel, fotografo dello staff di Stern, la rivista tedesca.
(La maggior parte delle fotografie su queste pagine vengono pubblicate per la prima volta.)
Il museo e il Fondo prevedono di continuare questa serie di mostre di testimoni oculari sulla base di eventi tempestivi. Capa osserva:
“Il riconoscimento istantaneo di momenti ed eventi di importanza storica, la loro rappresentazione dei testimoni oculari con conoscenza e brillantezza visiva era in precedenza di dominio esclusivo dei settimanali illustrati. La televisione ha aggiunto un’altra dimensione al campo.
Ora il museo aggiunge il suo, con un calendario paragonabile agli altri media”.
L’importanza del fotografo di storia è sottolineata in un passaggio della prefazione di Lukas nel suo Diario illustrato:
“Un regime totalitario ha paura della macchina fotografica tanto quanto delle armi. Quindi il fotografo deve avere paura del regime”.





