Nel silenzio del tempo: la memoria perduta di Sonja Vera Bullaty
Testo e ricerca a cura di
Chiara Saggio
Con materiali originali dagli Arolsen Archives – International Center on Nazi Persecution
1. Ritrovare le vite nei registri
Ogni archivio, quando lo si attraversa, chiede un atto di ascolto. Non è un luogo neutro: è un corpo vivo, composto di carte, inchiostri, silenzi.
Gli archivi che custodiscono la memoria della persecuzione nazista, più di qualunque altro, richiedono rispetto e pazienza. Sono scrigni di dolore e di resistenza, pieni di voci che sopravvivono nei margini dei documenti.
Tra queste voci, emergono — con discrezione — tre nomi: Robert Bullaty, Margarette Zelenka Bullatyova e Sonja Vera Bullatyova. Tre fili che si intrecciano nella trama della storia europea del Novecento, e che riappaiono, dopo decenni di silenzio, tra le pagine digitalizzate degli Arolsen Archives.
La loro vicenda si legge come un’eco: pochi dati, qualche luogo, date incerte. Eppure, è sufficiente un nome per far riaffiorare un’intera costellazione di vite.
Robert, Margaret e Sonja furono parte della comunità ebraica dell’allora Cecoslovacchia, deportati nel ghetto di Łódź (Litzmannstadt). Oggi, i loro nomi riemergono in elenchi, schedari e fascicoli di corrispondenza che, in origine, servivano a controllare, registrare, disumanizzare le persone, ridurle a numeri.
Ma il tempo ha capovolto il senso di quei registri: ciò che fu strumento di dominio è divenuto oggi strumento di restituzione.
La forza di queste carte è proprio questa: trasformare l’atto amministrativo in memoria viva. Ogni modulo compilato, ogni timbro, ogni nota a margine è una traccia del passaggio di una persona, una prova minima ma indistruttibile della sua esistenza.
Ricostruire la storia della famiglia Bullaty significa attraversare quelle tracce come si attraversano i negativi fotografici di una vita: ombre che, se illuminate, restituiscono la forma del mondo perduto.
2. Gli archivi e le loro tracce
Gli Arolsen Archives, con sede a Bad Arolsen (Germania), sono oggi uno dei più vasti centri internazionali dedicati alla persecuzione nazista.
Nati nel 1948 come International Tracing Service, il loro scopo originario era pratico e urgente: ritrovare le persone scomparse, riunire famiglie divise, documentare i sopravvissuti.
Nel corso dei decenni, il loro ruolo è mutato: da archivio amministrativo a custode universale della memoria individuale.
Oggi conservano oltre 50 milioni di documenti — liste di deportazione, registri di campo, carte dei ghetti, lettere di ricerca — e sono riconosciuti dall’UNESCO come parte del programma Memory of the World.
Ciascun documento restituisce un frammento diverso: la registrazione in un ghetto, la menzione in una lista di liberati, una lettera scritta per cercare i familiari.
Insieme, formano una sorta di diario disordinato della sopravvivenza.

Fig. 1 – Documento di trasporto presso il ghetto di Lodz di Sonja – trasporto B, matricola 880
Nel documento di trasporto (Fig. 1) si leggono i dati essenziali: nome, anno di nascita, provenienza, un numero di trasporto: la traduzione burocratica di una deportazione.

Fig. 2 – Registro ebrei nel ghetto di Łódź dove compaiono i nomi di Sonja, Robert e Margarette
Nelle liste di Łódź (Fig. 2), invece, si scorre una geografia dell’assenza: intere colonne di nomi, ordinate con precisione maniacale, come se la contabilità potesse sostituire la pietà.
3. La famiglia Bullaty: dai registri ai volti
Dai documenti emerge una trama di relazioni familiari che si estende tra Cecoslovacchia e Polonia.
Robert Bullaty, con ogni probabilità il capofamiglia, era di origini ceche o slovacche, deportato a Theresienstadt insieme a Marketa (Margarette).


Fig. 3 – I genitori di Sonja: Robert e Marketa Bullaty
La loro figlia, Sonja Vera, era poco più che adolescente all’epoca dell’internamento.
La storia successiva è più nota: Sonja è riuscita a sopravvivere alla morte grazie alla tenacia che l’ha sempre contraddistinta. Durante una marcia della morte (si presume nei pressi di Dresda), alla fine della guerra, Sonja con un’amica di allora, un amicizia che si crede sia nata proprio nel campo di prigionia, riescono a fuggire e a nascondersi in un fienile.
Nonostante i soldati furono esortati a cercare le donne scappate sotto la loro infallibile (fino a quel momento) attenzione, Sonja e l’amica (al momento non nota l’identità della donna) riuscirono a rimanere in vita. Riuscì a tornare a Praga solo dopo la liberazione, dove scoprì che purtroppo nessun membro della sua famiglia sopravvisse a quella terribile tragedia. È dopo questo avvenimento che sarebbe poi emigrata negli Stati Uniti, dove divenne una fotografa affermata, collaboratrice e allieva di Josef Sudek, il grande artista praghese.
Ma nei documenti Arolsen non c’è ancora l’artista: c’è la ragazza che sopravvive.
Nei fascicoli del dopoguerra, il suo nome riappare tra le research files del 1947: “Bullaty, Sonja Vera – searching for parents”.
Quelle parole bastano a raccontare un’intera esistenza sospesa.
È una figlia che scrive, forse da Praga o da un campo profughi, per chiedere se qualcuno sa qualcosa di Robert e Margarette (che in alcuni documenti appare come “Marketa”).
Dietro ogni lettera di quel tipo c’è una lotta invisibile: il tentativo di ristabilire una genealogia, di ridare un ordine al mondo dopo la distruzione.
I documenti accertano che Sonja li abbia ricercati, sulle risposte ricevute non vi sono certezze.
Ma la sua vita successiva, dedicata alla fotografia e alla memoria, può essere letta come una risposta silenziosa: la creazione artistica come forma di ricerca, come atto di riconnessione con il passato.
4. L’appartamento di Sonja nel ghetto di Łódź
Nel corso della ricerca, è emersa anche un’informazione rara: l’alloggio assegnato a Sonja nel ghetto di Łódź, la città polacca che tra il 1940 e il 1944 fu trasformata dai nazisti in uno dei più grandi centri di concentramento urbano d’Europa.
Il ghetto di Łódź, o Litzmannstadt, ospitò oltre 160.000 ebrei e più di 20.000 deportati da altri paesi europei, arrivando a circa 240.000 internati nei momenti di massima. Era un luogo di segregazione e sfruttamento: le persone vi erano costrette a lavorare in laboratori tessili, di calzature o di assemblaggio.
Ogni residente riceveva un appartamento numerato, spesso minuscolo, in edifici sovraffollati e privi di servizi.

Fig. 3 – Documento che attesta l’assegnazione dell’appartamento
Tra i documenti Arolsen, alcune liste collegano il nome di Sonja Bullatyová a questo indirizzo: Cranach 2 (Kirchg 2), appartamento 9. (Fig. 4)
Non è certo quanto tempo vi abbia trascorso, né se fosse sola o con i genitori. Ma sapere che un luogo fisico — una via, un cortile, un numero civico — possa essere associato al suo nome significa restituirle una presenza concreta.
È la differenza tra essere un nome su una lista e una persona che ha abitato uno spazio, guardato una finestra, respirato in una stanza.
Oggi, quella parte di Łódź esiste ancora. Gli edifici del ghetto sono sopravvissuti, integrati nella città moderna. Alcuni portano targhe commemorative, altri no.
Ritrovare l’appartamento di Sonja non significa soltanto localizzare un indirizzo, ma riaprire uno spazio di memoria: la possibilità di dire “qui è vissuta”.
È un gesto di restituzione, discreto ma potente.
5. Documenti come immagini
Osservare questi documenti significa guardare fotografie in negativo.

Nei segni dell’inchiostro, nelle impronte dei timbri, nei margini consumati, c’è la stessa tensione tra luce e assenza che caratterizza la fotografia di Josef Sudek — il “poeta della luce di Praga”.
Sudek lavorava con il silenzio e con la luce fioca che entra dalle finestre. Le sue immagini sembrano sussurrare, come gli archivi quando vengono aperti dopo decenni di oscurità.
Sonja Bullaty, sopravvissuta e allieva di Sudek, ne assimilò la poetica: la fotografia come atto di memoria, come modo per trattenere la vita che rischia di svanire.
Nei documenti Arolsen, la stessa dinamica si ripete in forma burocratica: la luce della sopravvivenza filtra tra le righe di un modulo.
Il fascicolo di Sonja, ad esempio, mostra un foglio scritto a macchina, con la parola “Searching” ripetuta più volte. È una parola comune, ma in quel contesto assume un valore universale: tutti stanno cercando qualcuno.
Guardare un documento così significa partecipare a un rituale di riconoscimento.
Non si tratta solo di leggere: si tratta di vedere, di concedere al documento la dignità di immagine.
È un modo per ricongiungere due linguaggi — l’archivio e la fotografia — che, in fondo, hanno lo stesso scopo: fermare il tempo, trattenere la presenza, sfidare l’oblio.
6. Memoria, luce e restituzione
I documenti della famiglia Bullaty non sono solo testimonianze: sono ponti.
Collegano la memoria privata di una famiglia con la memoria collettiva dell’Europa del XX secolo.
Leggerli significa anche confrontarsi con il modo in cui la burocrazia nazista trasformò l’identità in un dato, la vita in un modulo.
Eppure, oggi quelle stesse carte permettono il contrario: la restituzione.
Gli Arolsen Archives hanno compiuto un lavoro imponente di digitalizzazione, rendendo consultabili milioni di documenti a chiunque, ovunque.
Grazie a ciò, è possibile restituire nomi, volti, luoghi.
Nel caso dei Bullaty, le carte permettono di seguire il passaggio da Theresienstadt a Łódź, fino al dopoguerra e alle richieste di tracciamento.
In questa traiettoria si riflette la storia di migliaia di famiglie europee: la deportazione, la perdita, la sopravvivenza, la ricerca.
Il valore simbolico di questa documentazione va oltre il dato storico.
Ogni scheda, ogni lista, ogni firma è un atto di resistenza postuma: la prova che le vite registrate non sono scomparse del tutto.
Nel linguaggio della Josef Sudek Gallery, la luce diventa metafora della memoria.
Là dove la fotografia di Sudek cercava il silenzio delle cose, la ricerca sui Bullaty porta alla luce il silenzio delle persone.
Entrambi — il fotografo e l’archivista — compiono lo stesso gesto: illuminano l’invisibile.
Quando si osservano i documenti Arolsen, si ha la sensazione che ogni pagina sia una finestra.
Dietro il vetro, non vediamo più i volti, ma la loro impronta: l’ombra delle mani che hanno toccato quella carta.
È una forma di prossimità che trascende il tempo.
E in questo senso, la storia di Sonja Vera Bullaty chiude il cerchio: dalla deportazione alla luce, dall’archivio alla fotografia.
Il suo percorso testimonia come la memoria non appartenga al passato, ma alla capacità di guardare.
Fonti principali
Documenti tratti dagli Arolsen Archives – International Center on Nazi Persecution, tra cui:
- Theresienstadt Ghetto – Documents with names from Brunnwald, Paula (DocID 5027155, 5027159, 5027161)
- Correspondence File – Sonja Bullatyová (6.3.3.2 / 99348282–99348292)
- Litzmannstadt Ghetto – Awronska, Ita – Bykowski (DocID 1202483)
- Lists of Surviving Persons in Prague/Czechoslovakia (DocID 78784484)
- Displaced Persons Registration and Care Files (Ref. 8800970 Part 1–2)
Tutti i documenti sono consultabili online su
collections.arolsen-archives.org.
Metodologia e fonti
Tutti i materiali utilizzati provengono dagli Arolsen Archives – International Center on Nazi Persecution (Bad Arolsen, Germania), ente ufficiale riconosciuto dall’UNESCO nel programma Memory of the World.
I documenti citati sono autentici, digitalizzati e liberamente consultabili sul portale pubblico collections.arolsen-archives.org, dove ciascun documento è identificato da un codice univoco (DocID).
Le informazioni sull’abitazione di Sonja Bullatyová nel ghetto di Łódź derivano da incroci documentali tra le liste del Litzmannstadt Ghetto e i fascicoli nominativi. Tali dati sono presentati con prudenza, in attesa di ulteriori conferme archivistiche.
Il testo segue criteri di rigore storico e rispetto della sensibilità delle vittime e dei sopravvissuti.
Non vi è alcuna speculazione narrativa: ogni affermazione si fonda su evidenze documentarie.
Il tono scelto, a metà tra narrazione e riflessione curatoriale, intende valorizzare non solo la ricostruzione storica, ma anche la dimensione visiva e simbolica delle fonti.
Profilo dell’autrice
Mi chiamo Chiara Saggio e sono una volontaria in ANED presso la sezione di Empoli.
Svolgere questa ricerca è stato per me un onore e un piacere, una ricerca che mi ha arricchita tanto non solo perché mi ha avvicinata a una figura che non conoscevo, ma anche perché mi ha portata ad approfondire aspetti che sino ad ora non ero andata a toccare.
La storia di Sonja è una storia toccante, fatta di silenzi, di ombre, di oscurità e di atrocità che un essere umano non dovrebbe mai vivere.
Ci sono parti della sua storia di prigionia che ho preferito non inserire nel testo che avete appena letto in quanto ho ritenuto fossero situazioni strettamente intime e personali che lei stessa non ha mai rivelato e, da donna, non mi sento di rivelarle io per lei. È una ricerca che ho condotto grazie a Paolo Pianigiani, grande amico e storico locale che mi ha cercata e voluta dopo aver visto un altro mio recente lavoro.
Credo che effettuare ricerche di questo tipo sia fondamentale, non solo per restituire l’umanità laddove è stata tolta, ma anche per il periodo storico che (nuovamente) stiamo vivendo.
Il lavoro che ho svolto precedentemente è stato ideato durante il mio anno di servizio civile presso il Comune di Empoli nella sede di Casa della Memoria, dove ho appunto curato la creazione di un archivio digitale dedicato ai deportati del Comune di Empoli, progetto di ricerca e documentazione finalizzato alla raccolta, organizzazione e restituzione pubblica di dati biografici, fonti storiche e materiali d’archivio relativi alle vittime della deportazione.
Ed è un po’ come il lavoro svolto per Sonja, Robert e Margarette.
Tre nomi, tre storie e tre vite che spero possano tornare a splendere, anche solo per un po’, con questo lavoro.
Per eventuali contatti o proposte di collaborazione è possibile scrivere al seguente indirizzo email:
Email: saggio.chiara.w@gmail.com















