SONJA BULLATY & JOSEF SUDEK
Il destino dell’ apprendista del celebre Fotografo e
la mostra alla Josef Sudek Gallery
di JAN MLČOCH
da: ROŠ CHODEŠ, Marzo 2017
Traduzione di Alena Fialová
Ringrazio Jan Mlčoch per avermi permesso di tradurre e pubblicare il suo articolo. (paolo pianigiani)
Il tema dell’amicizia è presente in molte forme nel patrimonio che ci ha lasciato Josef Sudek, nelle fotografie, nelle lettere e in una serie di ricordi personali.
Molto è già stato scritto sul suo rapporto con il suo maestro Karel Novák o con i suoi compagni dei leggendari anni ’20.
Tuttavia, meno è stato scritto del suo aiuto, durante la seconda guerra mondiale, a tre giovani, a cui ha permesso di evitare di essere arruolati.
Nel farlo, ha corso un grande pericolo, perché rischiava di finire negli ingranaggi della guerra nonostante la sua grave disabilità fisica.
Tuttavia, aveva un rapporto molto speciale solo con la sua unica apprendista, la giovane Sonja Bullaty, le cui fotografie sono ora esposte alla Galleria Josef Sudek in via Úvoze n. 24 a Praga.
IL DESTINO IN TEMPO DI GUERRA E L’APPRENDISTATO CON JOSEF SUDEK
I suoi antenati provenivano dalla Boemia meridionale, ma suo padre Robert era già cittadino praghese, e si era fatto strada fino a diventare un impiegato di banca di successo e benestante.
Nel 1920 sposò Markéta Zelenková, entrambi ebrei, e il 17 ottobre 1923 nacque la loro figlia Sonja. L’ascesa del nazismo colpì la famiglia di Sonja, come molti abitanti ebrei della Cecoslovacchia.
Nella seconda metà degli anni ’30, la situazione si deteriorò a tal punto che i Bullaty cercarono di emigrare, ma era troppo tardi. A causa delle persecuzioni razziali nel Protettorato, Sonja non ha potuto di terminare il liceo.
Come “regalo di consolazione”, suo padre le donò una macchina fotografica. La famiglia fu costretta a salire su uno dei primi trasporti di ebrei (B, 21.10.1941) e fu portata nel ghetto di Lodz, in Polonia.
Lì, nel 1944, il padre fu ucciso, la sorte di sua madre non è esattamente nota. Sonja era di qui
inviata ad Auschwitz e poi al campo di concentramento nazista di Gross-Rosen, nella Bassa Slesia.
Nella primavera del 1945, lei e un’altra prigioniera riuscirono a sfuggire alla marcia della morte e a vivere abbastanza a lungo per vedere la fine della guerra.
Trascorse tre anni e mezzo nei ghetti e nei campi di concentramento nazisti e, delle mille persone trasportate nel trasporto B, circa ottanta sopravvissero.
Dopo essere tornata a Praga, scoprì che tutta la sua famiglia non esisteva più e che era rimasta sola.
Tuttavia, la sua sofferenza non finì lì. Tornò al suo appartamento natale a Vinohrady (via Italská 36/25) e i nuovi inquilini non le permisero nemmeno di varcare, la soglia.
E i conoscenti presso i quali la famiglia teneva nascosti i propri effetti personali le negarono tutto. Alla fine trovò rifugio presso un’ amica del campo di concentramento.
Dopo la guerra, si diplomò al liceo, ma come finì a Újezd, nello studio di Josef Sudek, probabilmente non lo sapremo mai.
Quel che è certo è che Sudek e sua sorella Božena la accolsero presso di loro e lei lavorò come apprendista per più di un anno. In quel periodo nacque un’amicizia che è durata per altri decenni.
IN AMERICA
Nel 1947, su invito di lontani parenti, Sonja emigrò negli Stati Uniti e si stabilì a New York. Negli studi fotografici di St. Marks Place, incontrò un americano di origine italiana, Angelo Lomeo (nato nel 1921), che sposò nel 1951.
Angelo aveva trascorso l’infanzia a Manhattan, New York, nel quartiere originariamente irlandese chiamato non a torto Hell’s Kitchen. A New York, studiò design industriale e pittura alla School of Industrial Arts e fu mobilitato all’estero durante la guerra.
Dopo il ritorno, lavorò come boscaiolo nel Montana e nel 1946 tornò a New York, dove lavorò come fotografo, proprio a St. Marks Place.
Sonja e Angelo non erano solo una coppia sposata, ma anche un team di lavoro composto da due persone. Si dedicarono alla riproduzione di collezioni di musei e gallerie (l’esperienza di Sonja presso lo studio di Sudek si rivelò utile in quel contesto), ma gradualmente si dedicarono anche alla fotografia paesaggistica, che divenne il loro campo d’azione principale.
Successivamente pubblicarono le loro fotografie su diverse riviste e libri: Vermont in All Weathers (1973), Circle of Seasons (1984), The Little Wild Ponies (1987) e altri.
Documentarono i loro numerosi viaggi in tutto il continente nel libro America America (1999), ma lavorarono principalmente in diversi luoghi del mondo, soprattutto in Italia.

Sonja Bullaty e Angelo Lomeo: Senza titolo (Carri armati russi), 1968
Sonja Bullatyová, ora Sonja Bullaty, non dimenticò mai la sua vecchia casa e il suo amato “signor capo”. Tornava a Praga fin dall’inizio degli anni ’60 e nel 1968, insieme al marito, documentò con fotografie i barlumi di speranza e la successiva tragica occupazione.
Dopo il ritorno a New York, parteciparono alla mostra “Eyewitness: Czechoslovakia, 1938 – Aug. 1968” al Riverside Museum. L’esule Jan Lukas contribuì con la collezione “Prague Diary 1938-1965”, che immortala la vita sotto le dittature nazista e comunista.
Sonja Bullaty, Angelo Lomeo e Hilmar Pabel esposero fotografie attuali della Praga rioccupata. Il curatore era Cornell Capa, storico direttore di Magnum Photos e fondatore dell’International Center of Photography.
I SOSTENITORI DI SUDEK NEGLI STATI UNITI
Josef Sudek aveva due dei suoi alleati negli Stati Uniti. Il primo fu un amico d’anteguerra dell’ Umělecká beseda (Circolo degli artisti), Josef Brumlík, che gli inviava i dischi, mentre Sonja gli spediva materiale fotografico.
Entrambi erano destinatari abituali delle fotografie di Sudek. Ciò che Jan Řezáč aveva fatto nella Repubblica Ceca fin dagli anni ’40, come editore e promotore dell’opera di Sudek, Sonja aveva cercato di farlo in America fino dagli anni ’60.
La prima mostra personale di Sudek ebbe luogo nello studio suo e di Angelo; l’inaugurazione avvenne nel 1971, in occasione del 75° compleanno di Sudek, ed è documentata da un montaggio panoramico di fotografie e da un biglietto d’auguri, che immortala l’intera mostra, inclusa la persona che si congratulava.
Tra gli amici troviamo, tra gli altri, il collaboratore di lunga data di Sudek della rivista Družstevní práce, Ladislav Sutnar, Jan Lukas e altri.
La mostra fu organizzata con il materiale che apparteneva a Sonja, che in seguito partecipò alla preparazione di altre mostre di Sudek, ad esempio alla Light Gallery di New York.
Il risultato più importante di Sonja Bullaty fu la pubblicazione del libro Sudek (con un’introduzione di Anna Fárová) nel 1978. Per lungo tempo fu la pubblicazione di maggior valore su Sudek e rimane ancora oggi una delle più apprezzate.
Sonja e Angelo hanno esposto le loro fotografie, ad esempio, al Metropolitan Museum of Art di New York, all’Eastman House di Rochester, New York, e negli anni Novanta anche a Praga, presso la Galleria dell’Unione dei Fotografi Cechi, la leggendaria galleria FOMA e anche nel Centro della Fotografia Ceca.
La loro guida fedele fu Zdeněk Kirschner, che descrisse così la profonda relazione di Josef Sudek con Sonja Bullaty, che era di una generazione più giovane:
“Non ha mai parlato con Sudek della sua mano. A entrambi è bastato vedere il fondo più profondo degli orrori umani e il confine dove inizia il nulla. Ecco perché entrambi erano concentrati sulla vita e volevano godersela ed essere creativi”.
Sonja Bullaty è morta a New York il 5 ottobre 2000.
JAN MLČOCH, curatore della mostra

Sonja Bullaty: Memory of Sudek, Vermont 1976
LA MOSTRA
Nella piccola Galleria di Josef Sudek, i visitatori troveranno opere che S. Bullaty ha creato insieme al marito Angelo Lomeo e che rivelano la scuola di Sudek: diverse fotografie in bianco e nero dell’agosto 1968 (tra cui una foto inquietante scattata dall’auto, con i carri armati sovietici che la precedevano), ritratti di Josef Sudek (tra cui il maestro con il cilindro o la bellissima foto che S. Bullaty ha scattato sei mesi prima della morte del fotografo – questa è l’unica in cui Sudek è fotografato davanti al suo studio a Praga).
Ci sono anche foto a colori: uno scatto della Sinagoga Vecchia-Nuova o del Vecchio Cimitero Ebraico e varianti americane delle finestre di Sudek.
Non mancano nemmeno i documenti: foto di J. Sudek e della sua apprendista nel quartiere praghese di Vysočany, quando fotografarono i rottami degli aerei tedeschi dopo la guerra, o un montaggio panoramico di fotografie e una nota del visitatore su Sudkek al Museo di New York nel 1971 (vedi testo di J. Mlčoch).
Durante il commento, la guida J. Mlčoch ha ricordato come Sonja Bullaty parlasse di Sudek durante le sue lezioni: si trattava di un addestramento puramente pratico, non si basavano sul calcolo delle esposizioni durante il lavoro, il maestro faceva tutto a occhio. E così, in America, rimase sorpresa dalla difficoltà di lavoro dei fotografi.
È stato detto anche con quanto coraggio e quanta nobiltà Sudek aiutò tre giovani durante la guerra, – il fotografo Jaroslav Kysela e gli scultori Vladimir Fuka e Václav Sivka – minacciati di essere mobilitati, e che poi attesero tranquillamente la fine della guerra con lui, considerandoli come anni di apprendistato.
La mostra include anche diverse foto di Josef Sudek, i suoi ricordi fotografici di Sonja e di suo marito Angelo Lomeo. La mostra, di piccole dimensioni ma rivelatrice e interessante, durerà fino al 21 maggio ed è aperta al pubblico in via Úvoze 24 da martedì a domenica dalle 11:00 alle 17:00 a marzo, e da martedì a domenica dalle 11:00 alle 19:00 ad aprile e maggio.
(am)
